EXIBART

EDITORIALE EXIBART

di  Adriana Polveroni.

Febbraio 2014

Stavolta parliamo di noi. Noi che lavoriamo, non solo nel mondo dell’arte, ma diciamo, tra la cultura e la comunicazione. C’è un fatto che non mi torna: per quasi tutti i giornali, la radio e la tv (anche se questa ora comincia a battere qualche colpo), Cultura fa rima con Letteratura. L’ Arte non esiste, o quasi. A meno che non sia il capolavoro sparito nelle grinfie di qualche ladro su commissione, o la Grande Mostra dei Grandi Impressionisti & Co. La cosa, in realtà, ha radici negli anni Cinquanta, quando gli intellettuali dell’epoca mostrarono una colpevole indifferenza verso la cultura artistica. Che, d’allora in avanti, è stata considerata appannaggio per signorine sfaccendate e di buona famiglia e di omosessuali. Presumibilmente, altrettanto sfaccendati. Avete mai fatto caso a quante donne dirigono i musei in Italia?

Purtroppo non si tratta di emancipazione, è che di quei luoghi frega molto poco.

Il fatto è però che, per la definizione del nostro carattere nazionale (se questa cosa ha ancora un senso) e soprattutto per la definizione dell’orizzonte culturale nostro e di tutto l’Occidente, più che Manzoni e  Pirandello (il ruolo di Dante non è in questione), l’arte è stata molto più decisiva. È stato attraverso i volti, i corpi, i paesaggi dipinti dai nostri artisti che si sono modellati la visione del mondo e i canoni della bellezza, ancora per molti versi attuali. E che abbiamo esportato in tutto il mondo. All’estero lo sanno bene, e continuano a frequentare il nostro Belpaese anche e soprattutto per il nostro patrimonio artistico.

Mi sono data la zappa sui piedi, nel senso che Michelangelo, Raffaello e Leonardo non sono paragonabili a Cattelan, Francesco, Vezzoli, Boetti o Giuseppe Penone?

Ovvio, ma c’è dell’altro. Perché, sempre all’estero, per questi artisti c’è gente disposta a mettersi in fila davanti ai musei che espongono le loro opere e addirittura a spendere un mare di soldi. Da noi, invece, la prima volta che si è parlato di Cattelan a un tg è stato quando un indignato per i suoi bambini impiccati a piazza XXIV Maggio di Milano ( Untitled, 2004) stava per impiccarsi a sua volta per tirarli giù. Poi ci si lamenta che nei nostri musei d’arte contemporanea il pubblico non ci va. Infatti, il pubblico, a meno che non legga un giornale come quello che avete davanti o simili, di Cattelan e di tutti gli altri sa ben poco.

Si spendono soldi per farli, i musei, come più volte abbiamo detto, e spesso si fanno perché sono un discreto strumento di propaganda per l’Amministrazione di turno (statale o locale che sia), ma poi non si fa niente per farli andare avanti. E non sprecare i tanti soldi pubblici spesi.

Recentemente sono tornata al Pompidou e sono rimasta letteralmente incantata della quantità di ragazzi che riempivano le varie sale del Centro di Documentazione. Come mai là ce ne erano così tanti, anche alle 8 di sera? Anzitutto perché in Francia, come in altri Paesi europei, almeno i grandi musei hanno dei grandi centri di ricerca: biblioteche, videoteche, emeroteche e cosìvia documentando.

E poi lì, a scuola, l’arte contemporanea e non solo la insegnano sul serio, i giornali ne parlano, la radio e la tv anche, senza bisogno di ricorrere ai comici, più omeno ripuliti per l’occasione. Da noi, invece, la storia dell’arte (neanche quella contemporanea, ma proprio tutta) è stata sensibilmente tagliata dai programmi scolastici. Specie negli Istituti del Turismo. Ci vuole un vero e autolesionista colpo di genio per fare una cosa del genere (Gelmini, ma non solo lei. È stato un intero governo ad approvare la riforma), specie se si riflette sul fatto che da anni si dice (si sproloquia al vento, più che altro) che turismo e cultura sono il “nostro petrolio” (sic!).

È stato un colpo di genio del governo Berlusconi. Sì, ma ora che Berlusconi non c’è da quasi un anno, l’ottimista e paludato Letta, l’ipercinetico Renzi, l’imbufalito Grillo hanno mai proposto qualcosa di diverso? Hanno cambiato rotta investendo sul vero nostro soft power? Neanche per sogno. Quindi, da questo punto di vista, Gelmini o Carrozza fanno poca differenza. L’Italia di oggi piace ancora però, oltre l’arte. Paolo Sorrentino è stato incoronato con un Golden Globe per la sua Grande Bellezza. Film complicato, a volte sgrammaticato, ma a volte commoventemente eroico. Non nel mostrare la nostra bellezza, quella che non fiorisce più dalle nostre parti, forse perché ne abbiamo tagliato le radici e le abbiamo buttate al secchio,ma perché fa vedere il degrado dell’Italia.

C’è poco da piangere, è tutto maledettamente vero. Comprese certe storture del fantastico (o sedicente tale) mondo dell’arte contemporanea. E agli americani è piaciuto per questo. Un Fellini alla rovescia, che mostra un ghigno incattivito, anziché uno svagato sorriso.

Ma in questione siamo noi, Sorrentino non ha fatto altro che scattare una dolente fotografia.

E tra questi noi ci sono quelli che ancora non capiscono su che cosa è meglio investire (i politici) e perché varrebbe la pena occuparsi di quello che ancora conta e che conterebbe ancora di più se fosse valorizzato con una visione delpresente (gli“intellettuali” e i comunicatori). Ho pensato allora che, visto che da soli non ci arrivano, per chi ha responsabilità di governo può essere utile ascoltare chi coltiva sul serio delle idee, chi ha un pensiero strategico. Martellandoceli, con le loro idee, se necessario. Non solo degli artisti,per carità,ma di chi ogni giorno lavora per tenere a galla questo sciagurato Paese, ne conosce i guasti e forse intravede dei ri-medi. Chi ha, insomma, una visione. Quella che manca oggi e che ci fece grandi nel Rinascimento, dove si riuscì a riemergere dal pantano degli staterelli litigiosi in cui galleggiava la nostra penisola, perché chi aveva responsabilità di governo investì nell’unico vero potere (soft o hard che fosse) che avevamo: la nostra fantastica cultura.

Dovrebbe cominciare a farlo chi è molto più ascoltato: i grandi giornali, la radio, la tv. Utopia? Forse, il clima generale non invoglia all’ottimismo. Ma se non ci proviamo, continuiamo solo a lamentarci. E di piagnistei, io per prima, siamo stufi. «Coraggio, il meglio è passato», per dirla con Flaiano. Ma facciamo in modo che il futuro non ci passi sotto il naso prima che sia troppo tardi.

Per visualizzare l’intera rivista, seguire il link

http://www.exibart.com/exibartonpaper/exibart_nr_85.pdf

 

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